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il "partito nuovo" di Romano Prodi

 

L’editoriale di Romano Prodi sui quotidiani di domenica scorsa non va letto, va studiato. A tale proposito bisogna riconoscere che non brillano per intelligenza e acume i commenti che si sono succeduti; frettolosi ed affrettati, fermi alla lettera e chiusi allo spirito e al senso profondo di quell’editoriale. Diversa la risposta di Bersani, più pacata e strutturata, come il personaggio del resto che, seppure non entrando nel merito delle diverse questioni, almeno dichiara di farsene interrogare: è già qualcosa.

Prodi comincia in modo sorprendente considerata la sua formazione, con una ricostruzione storico-politica: fa un parallelismo tra la situazione del PD e l’“irreversibile crisi della Democrazia Cristiana”. Sì, perché sta qui, prim’ancora che nel ragionamento sul partito federale il cuore del discorso. La DC finisce per un problema politico non per un complotto di giudici. Finisce perché ha smarrito il progetto, perché non sa più parlare al paese in ottica sistemica ma solo in ottica clientelare, non è più un partito ma solo una confederazione di correnti.

Il “risultato delle elezioni è stato inferiore alle attese” scrive Prodi del PD alle regionali, proprio come quello della DC nel 1992, quando per la prima volta scende sotto il 30% mentre la Lega già corre vicino alle due cifre: 8.6%, 3.400.000 voti. 18 anni fa. La “comune interpretazione” del risultato elettorale deludente, che Prodi fa propria, sta nella “struttura del partito fortemente autoreferenziale con rapporti troppo deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani”. Il PD sembra troppo occupato nella continua ed estenuante definizione degli equilibri interni proprio come la DC del 1992, dilaniata dalla scelta del nome da mandare al Quirinale. Ancora una volta le priorità degli italiani non sono quelle dei partiti. Nessuno parla al popolo. Se questa è l’analisi allora c’è bisogno del “coraggio di cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci”.

E’ in premessa a questa conclusione, di una durezza senza precedenti, che Prodi disegna un’idea del partito federale su cui si è concentrato tutto il dibattito. Ora, viene in mente l’antico proverbio cinese, che deve essere per ovvie ragioni caro anche a Prodi, il sinofilo nazionale: “Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito”. Ecco, il punto non è il dettaglio dell’assetto più o meno federale. Il partito federale non è il fine ma il mezzo per far sì che “la politica del partito” sia “decisa da coloro che rispondono direttamente alla base”. La fonte di legittimazione insomma non può essere la biografia, il curriculum, ma deve essere la progettualità, la capacità trasparente di parlare al popolo. E’ per questo che negli organi dirigenti del partito disegnato da Prodi non c’è posto per “benemeriti e aventi diritto” ma tutti partono alla pari e tutto, a partire dalla leadership, diventa potenzialmente contendibile.

Solo che leadership e linea politica devono marciare all’unisono, non come hanno fatto finora: “non si può continuare con dibattiti senza fine nei quali si ritorna sempre al punto di partenza e ogni decisione viene sentita come provvisoria” anche qui l’analisi del Prof è impietosa ma intellettualmente ineccepibile. La mancanza di una linea, o meglio l’eccessiva pluralità delle linee che poi è la stessa cosa, è esperienza quotidiana. Questa sensazione è continuamente presente e non è stata sopita dal dopo congresso. Il pericolo è un esito gattopardesco del PD, che sarebbe certo un esito in linea con il carattere nazionale, ma con un aspetto vizioso e non virtuoso del carattere nazionale; dopo un estenuante dibattito - ad esempio sulle riforme istituzionali, scrive Prodi - “si finisce con la scelta di non cambiare nulla senza che si capisca come e da chi tutto questo venga deciso”.

E’ insomma l’opacità del percorso decisionale che produce la provvisorietà della decisione. Sciogliere il nodo dell’opacità, andare al confronto vero sui contenuti è il metodo per restituire credibilità e autorevolezza al partito. Per Prodi il “partito federale” guidato dai segretari regionali è “l’unica soluzione per far funzionare il partito in modo trasparente ed efficiente”. Si può discutere sull’”unica soluzione”. Però che quello sia il nodo, ovvero il nesso trasparenza-efficienza, dovrebbe essere chiaro. A questo punto la domanda che in tanti si sono fatti è: ok ma a chi parla Prodi? Parla a chi sta nel partito? A chi sta fuori dal partito? Si candida per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica nel 2013?

Andiamo con ordine. Se fosse così semplice non ci sarebbe stato il richiamo finale all’art. 49 della costituzione, e al “metodo democratico” con cui i partiti sono chiamati a concorrere alla determinazione della politica nazionale. Prodi più che di sé parla del Pd e al PD. Il suo ragionamento sul nuovo assetto “implica un cambiamento radicale della vita del partito e della formazione della sua classe dirigente”: un partito nuovo dentro una Repubblica nuova. Sicuramente federale, forse presidenziale.

Ma per tutto quello che si è osservato, più che ad un’autocandidatura vien voglia di pensare, in prospettiva, la disponibilità di Prodi a fare il king maker di una nuova leadership, di una nuova classe dirigente con il requisito non banale che questa nuova classe dirigente riconosca l’interlocutore del Pd, non in Berlusconi ma negli italiani.

È paradossale e, per certi versi ne avvalora il ragionamento, il fatto che queste tesi vengano proposte da uno che non ha l’eloquenza e la capacità dialettica di un affabulatore. Il fatto che proprio chi non ha la dote della comunicazione faccia del rapporto diretto con la base, del parlare al popolo, la cifra del nuovo PD sta a significare che il problema non è il rischio del populismo ma è una democrazia svuotata. A cominciare dallo svuotamento delle urne. Bisogna tornare a una dimensione progettuale della politica. A far cooperare organizzazione e movimento. E non c’è dubbio che una dimensione diretta e competitiva possa fungere da levatrice a questo scopo. Chi ha paura dunque di una democrazia più diretta e meno mediata? Chi ha paura di un Obama italiano? Lo spettro del presidenzialismo si aggira nei palazzi della politica. Ma chi davvero lo deve temere?

La sensazione finale, e in fondo anche l’auspicio, è che questo articolo serva a rompere il ghiaccio, a mettere in fila i problemi, ma che sia solo una tappa, la prima, di un racconto da svolgere al partito e al paese. Prodi mette le basi per dare una risposta politica all’antipolitica grazie a quel coraggio tutto suo, di dire la verità, dal momento che, almeno lui, non ha niente da perdere.

Pubblicato il 13/4/2010 alle 20.25 nella rubrica Diario.

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