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Diario


10 giugno 2010

Chiesa e capitalismo

Tra i paradossi di questa crisi, uno e non il meno potente, è che per sentire una critica del capitalismo, di questo capitalismo finanziario che ha portato prima alla crisi della Lehman e ora a quella della Grecia e quindi dell’Europa, non bisogna andare in una sezione di partito, al seminario di una fondazione, nelle aule di un’università pubblica. No. Bisogna andare a sentire la presentazione di un libro di un banchiere, il primo banchiere italiano, un banchiere cattolico, dentro l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Alla presentazione del libro di Giovanni Bazoli ed Ernst Boeckonforde, assente per ovvi motivi il giurista tedesco, hanno dovuto portare a spalla decine di sedie in più, tanta era l’attesa. E il banchiere bresciano non ha deluso.
Delude invece il PD, quasi completamente assente alla prima presentazione romana del libretto della Morcelliana, rappresentato, se così si può dire, solo dall’ex senatore, e sottolineo ex, Giorgio Pasetto. Storico esponente della sinistra di base, un cattolico democratico, appunto.
Su tutto, la prima cosa da menzionare è il ricordo, quasi commosso, che Bazoli ha fatto di Giovanni Battista Montini. Forse esagero, ma forse no, se dico che Bazoli può rappresentare in questa fase storica per l’economia, per i decisori dell’economia, quello che Montini ha rappresentato per la politica e per una generazione di decisori della politica: uno straordinario formatore di classi dirigenti. Montini è stato il più importante formatore di classi dirigenti che ha avuto l’Italia del XX secolo. Certo, classi dirigenti politiche piuttosto che economiche, ma il senso dell’operazione non cambia. Tutto il ragionamento di Bazoli infatti porta a non scindere come invece ha fatto fino ad ora l’ideologia liberista, il compito della politica e quello dell’economia. Facendo dell’una la disciplina della responsabilità sociale e dell’altra quella dell’utilità individuale. No, ci deve essere una cooperazione tra le due, pertanto né contrapposizione né peggio indifferenza tra élites politiche ed élites economiche. Quella abbozzata ieri dall’intervento di Bazoli è stata per molti versi una vera e propria teoria delle élites del XXI secolo. Bazoli sa bene, come ha appreso da Montini, che la storia non la fanno i popoli da soli ma i popoli insieme alle classi dirigenti. La sfida cui ci chiama questa crisi non comporta solo l’istituzione di nuove e più “cogenti regole” ma occorre una reale “svolta culturale e antropologica”, cui si può arrivare solo attraverso “una revisione dei valori e dei canoni in cui vengono formati i manager”. Si avverte insomma la necessità e l’urgenza che la nuova formazione per i decisori dell’economia “superi i criteri correnti, teorizzati nelle scuole di formazione manageriale e ispirati al postulato che la soddisfazione di utilità particolari si traduca automaticamente in una crescita del benessere collettivo”.
Boom! Bye bye London School of Economics, bye bye London Business school, bye bye Giddens, Blair e Terza via. Per tutti questi ultimi 20 anni i politici sono andati nelle scuole di management ad imparare che dovevano lasciar fare, che il mercato si autoregolava, che il loro compito era solo e soltanto quello di promuovere la concorrenza e che questo avrebbe portato al”benessere collettivo”. Bisognava lasciar perdere l’uguaglianza tra le persone e invece assicurare la libertà di scelta del consumatore. Il consumatore come giudice di ultima istanza e gli animal spirits come i suoi angeli custodi. Questo paradigma non esiste più. Oggi invece suggerisce il banchiere di Brescia “la professionalità dei manager e l'eccellenza delle aziende dovrebbero essere misurate secondo la capacità di farsi carico degli interessi di tutte le categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell'impresa e, in ultima istanza, dell'intera comunità di riferimento”. Una considerazione distante anni luce dal Washington Consensus clintoniano ma ben piantata invece nell’alveo della nostra Costituzione laddove negli artt. 41 e 42, parla di “utilità sociale” dell’impresa e di “funzione sociale” della proprietà. Curioso che siano gli stessi articoli che qualche democratica anima bella ha con baldanza acconsentito a modificare.
Ma nel’intervento di Bazoli non c’è solo una nuova e originale teoria delle élites, c’è anche una critica spietata dell’utilitarismo e della massimizzazione del profitto. L’eterogenesi dei fini se esiste, forse esiste per il fornaio e il mercato del pane di Adam Smith del XVIII secolo non certo per gli edge fund e i mercati finanziari del XXI secolo. In conclusione, il pensiero espresso da Bazoli è un pensiero forte, e fortemente etico politico che riesce con successo a demolire quelli che fino ad ora sono stati i capisaldi incontrastabili e incontrastati del Pensiero Unico liberista. La sfida è in atto: pensiero sistemico contro pensiero atomistico, kosmos contro caos, lungo termine, contro breve termine, decisone responsabile contro interesse immediato. Per questo oltre a nuove regole serve  una nuova antropologia ffondata su un’altra idea del tempo. Il just in time, porta a non avere più future, a consumare tutto il consumabile fino ad esaurire le scorte. Questa crisi non è allora la crisi del capitalismo tout court ma di un certo tipo di capitalismo: quello anglosassone, finanziario, che obbedisce alla dittatura della massimizzazione del profitto, dell’interesse immediato, del breve periodo. Meglio decidere di guadagnare meno oggi per avere più forza in futuro, è lo stesso ragionamento che ha fatto il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, solo 10 giorni prima. Quindi nuove regole certo, ma da sole queste non bastano: “la svolta normativa-istituzionale deve accompagnarsi a una svolta culturale-antropologica". Una lavoro enorme. Da far tremare le vene e i polsi. Ma finalmente un buon lavoro.

 




permalink | inviato da zorzo il 10/6/2010 alle 1:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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