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Diario


19 gennaio 2010

L'eredità di Craxi

Se non si fa la verità sul passato ci si raccontano un sacco di fregnacce. Ben venga quindi il dibattito su Bettino Craxi che da più settimane sta animando la scena politica fino la lettera di ieri del Capo dello Stato. Ben
venga innanzitutto perché da solo è il segno di quanto sia necessario chiarirsi le idee sul passato per chiarirsi le idee sul presente. Un sistema politico equilibrato, solido, strutturato con partiti forti, forse lascerebbe un simile
confronto ai soli storici di professione. La seconda repubblica invece, è fragile. Nata senza padri costituenti, ma da referendum costituenti, si porta dietro un rimosso enorme che ogni tanto rigurgita. Il direttore del Riformista
prova ad argomentare come e perché Berlusconi non sarebbe l’erede di Craxi. Un’eredità certamente non rivendicata, né accettata con beneficio d’inventario dal diretto interessato ma sentita come profondamente vera, culturalmente vera, antropologicamente vera da gran parte del popolo democratico. Per conformismo, sebbene conformismo di sinistra? A mio parere no. Provo a dire perché. Partiamo da una domanda: chi è stato e cosa ha rappresentato Craxi nella storia repubblicana. Innanzitutto un politico di rottura. Aveva intuito se non l’esaurimento l’appesantimento dei due grandi partiti popolari. E si è incuneato nelle loro contraddizioni con la spregiudicatezza e il tatticismo di una nave corsara ma le contraddizioni, alla fine, hanno avuto vinta su di lui. E’ proprio con Craxi infatti che si crea il mito delle riforme e della repubblica presidenziale e si comincia a picconare il vecchio equilibrio della prima repubblica, a cominciare dalla centralità del Parlamento. La sua idea di repubblica presidenziale è infatti un modello opposto e alternativo alla repubblica dei partiti, che al livello istituzionale è una repubblica parlamentare. Con lui comincia anche l’esasperata personalizzazione della politica che poi fiorisce nella seconda repubblica; il suo modello di partito, è in embrione quel partito personale studiato e ristudiato in questi anni e di cui per certi aspetti Forza Italia rappresenta l’epigono meglio riuscito. Questa è la prima e più importante contraddizione, l’uomo della partitocrazia, il teorico delle “mani libere”, il mentore dell’operazione Carraro al comune di Roma, un’operazione tutta politica e politicista, interna alle segreterie dei partiti che così anticipano e annullano di fatto l’esito delle elezioni, sogna come grande riforma l’appello diretto e plebiscitario ai cittadini. Una delle conseguenze della personalizzazione della politica è la politica come spettacolo. Il ritorno potente di una dimensione estetica come strumento di appartenenza ed identificazione. Craxi è stato indubitabilmente il primo uomo politico italiano a spettacolarizzare i congressi e le riunioni di partito. Dall’innovazione del garofano alla piramide di Panseca, è tutto un rincorrersi tra identità politica e messaggio pubblicitario. Anche in questo anticipa fortemente quello che sarà il messaggio e lo stile politico di Berlusconi. La politica come spettacolo, come esibizione di forza, come stupore. Craxi è il primo interprete in politica del nihilismo postmoderno che oggi è patrimonio diffuso di tanta parte della classe politica italiana. Da Berlusconi in giù.
Personalizzazione della politica vuol dire anche concepire la politica come biografia. Il programma politico di Craxi è in gran parte anche la sua biografia: la fama di uomo forte, di decisore, di uomo del fare. La biografia era il suo modo di essere una personalità di rottura, di essere antisistema rispetto al sistema dei partiti dell’arco costituzionale che non avevano mai vissuto vere e proprie svolte ma sempre lenti e piccoli adeguamenti. Craxi
prende il potere nel suo partito con una rottura generazionale che non conosce eguali nella storia politica della prima repubblica. Ma poi il campione del blitz krieg, della guerra lampo, si fa logorare in un’estenuante guerra di
posizione dall’intellettuale della Magna Grecia, Ciriaco De Mita. Il suo anticonformismo iniziale s’impantana. L’onda lunga è solo quella delle clientele che hanno una loro durata. Breve. E poco dopo viene la risacca. L’intelligenza di Craxi gli fa capire che DC e Pci sono degli scatoloni dove tranne tanti voti non sono rimasti più né valori, né ideali, ma invece di innovare sul piano dei valori e degli ideali, decide di liquidarli completamente. Con la biografia appunto. Ma poi quando la sua biografia viene messa in discussione è tutto il progetto politico a svanire. La differenza con quanto opera e ha operato Berlusconi non è nella sostanza è nel risultato. Berlusconi, grazie alla sua biografia imprenditoriale è ripartito da dove Craxi si è fermato. Né all’uno né all’altro si può chiedere coerenza ideologica. Statalisti e clientelari quando si tratta di partecipazioni statali, liberisti quando si tratta di mercato del lavoro. Craxi identifica e parla a un blocco ociale, quello delle nuove professioni e del popolo delle partite iva, che
poi sarà lo stesso che porterà al governo Berlusconi ma gli parla in un contesto di lassismo finanziario che non ha eguali nella storia della Repubblica e senza sciogliere il legame non virtuoso con il mondo sindacale. A tale proposito occorre chiarire un punto. Il referendum sulla scala mobile non fu una vittoria sui sindacati e sulla CGIL, che infatti non lo voleva, fu una vittoria politica contro il PCI e contro la memoria di Enrico Berlinguer. Troppi erano gli
interessi e le connivenze del PSI nel mondo sindacale, si pensi alla UIL, e a Ottaviano Del Turco segretario aggiunto della CGIL. Se noi oggi in Italia ci ritroviamo i sindacati più forti del mondo e i salari più bassi d’Europa è
anche grazie alle incoerenze e alle contraddizioni di quella stagione. C’è infine un ultimo punto in cui si può riconoscere la forte eredità che lega Berlusconi a Craxi. Polito nel suo editoriale argomenta: “per Craxi le tv
di Berlusconi erano una commodity politica; per Berlusconi il suo profitto di capitalista”. No, non è così. Se fosse così si capirebbe davvero poco dell’Italia di questi ultimi trent’anni. Un network commerciale non è una
piantagione di canna da zucchero, è un’industria culturale che lavora sulle coscienze, sull’immaginario degli utenti. Sia per Craxi che per Berlusconi la televisione commerciale ha rappresentato un progetto culturale. La Finivest
ha sfidato la Rai come il PSI corsaro di Craxi ha sfidato i due pachidermi DC e PCI: la posta in gioco, cambiare l’agenda politico culturale del paese. Berlusconi e Craxi hanno lavorato insieme per una mutazione antropologica
degli italiani. Questa mutazione è avvenuta, solo che a raccoglierne i frutti e quindi l’eredità, è rimasto solo uno.
 




permalink | inviato da zorzo il 19/1/2010 alle 22:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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