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Diario


15 ottobre 2009

La “regressione” di Reichlin

Stavolta il grande vecchio non convince. Alfredo Reichlin l’altro ieri sull’Unità parla di una regressione populista che starebbe impossessandosi del PD e la vede esemplificata nel primato del modello del partito degli eletti sul partito dei militanti. Ora, a parte che questa distinzione è un po’ bizzarra e un po’ confusa perché non si capisce chi siano questi eletti, se i parlamentari oppure tutta la pletora di eletti nelle amministrazioni locali, e se pure si può intuire in Bersani il campione del modello “militanti” non si capisce chi tra i candidati possa intepretare il modello “eletti”; a parte questo insomma è un po’ tutto l’impianto dell’articolo di Reichlin che non regge. Forse la dialettica era tra partito degli iscritti e partito degli elettori, beh ma allora sarebbe da fare tutt’altro discorso.
A dimostrazione della sua tesi Reichlin porta la grande partecipazione ai congressi dei circoli: “un fatto enorme”. Come a dire: il fatto enorme, ovvero il fatto politico per definizione è già avvenuto il congresso per mozioni c’è già stato ora che facciamo? Che cosa è questa buffonata?
Questo porta a due considerazioni. La prima è sull’enormità del fatto congressuale. Quando alle elezioni politiche vota meno dell’80% degli aventi diritto lamentiamo tutti l’astensionismo e la disaffezione, quando a un congresso di partito va a votare poco più del 60% degli iscritti, lo riteniamo un fatto enorme. Forse c’è un po’ di strabismo. E poi, onestamente questa dicotomia tra il momento partecipativo rappresentato dai congressi nei circoli e quello plebiscitario rappresentato dalle primarie non regge. Lo dicono i numeri. Alle primarie per Veltroni, Toscana ed Emilia Romagna portarono a votare tanti elettori quanti Piemonte, Veneto e Lombardia messi insieme. Alla faccia del voto di opinione! Alla fine tra Primarie e Congresso tutta questa differenza non c’è contano sempre i capobastone. Qualcosa di estemporaneo e imprevedibile il voto di opinione lo può sempre creare ma di che parliamo? E in quindici giorni poi? Obama per battere e di misura la Clinton c’ha messo un anno. E qui di Obama non se ne vedono, neppure all’orizzonte.
E qui veniamo al cuore del problema. Il Congresso è terminato, la domanda allora è: le primarie del 25 ottobre si stanno caratterizzando come fatto politico culturale o restano un fatto meramente organizzativo, burocratico, dove conta la pura capacità di mobilitazione? Il dato che Reichlin omette di registrare è che tutto il dibattito congressuale fino a domenica stava assumendo i connotati di una laboriosa e noiosa procedura di certificazione burocratica, alla quale l’abilità e la sfacciataggine di Franceschini hanno dato però un minimo di sapore e di interesse. Ha ragione Rondolino, Franceschini vuole fare del 25 ottobre un referendum su D’Alema. Bersani avrebbe potuto fare la stessa cosa su Veltroni. Perché è restato fermo? Pensa di avere la vittoria in tasca? Per quanto il tutto sia stato voluto e pensato come puro fatto burocratico e razionale l’imprevisto e l’imprevedibile è sempre possibile. Del resto le cronache dai circoli raccontano che gli applausi più convinti i sostenitori di Bersani li ottengono quando schiacciano la candidatura di Franceschini su Veltroni e sul veltronismo. Perché Bersani non fa lo stesso? Di che ha paura?

Reichlin lamenta l’assenza di un’identità al PD che in realtà è un’assenza di struttura, di organizzazione, di “scheletro”. Non si può essere una opposizione credibile senza scheletro. Si può anche convenire. Ma chi ci garantisce dal non essere un’opposizione scheletrica? Striminzita, esigua scarsamente ambiziosa? Lo scheletro potrà anche essere condizione necessaria ma non è tuttavia sufficiente e un congresso dovrebbe essere fatto per arrivare o almeno puntare alla sufficienza, invece la sensazione è che ci si accontenti dello “scheletro”. Sembra un po’ come quando a sette e mezzo ti arriva il 4, la barella, e bluffi dicendo che stai bene. Ma puoi solo confidare che il banco sballi. E la sensazione è che allo stato il banco sia solidissimo nonostante le ripetute scosse. Oggettivamente una posizione debole, troppo debole per un soggetto che si definisce forza. Ora, direbbe il Monsignore intepretato da Corrado Guzzanti: guardamose nelle palle dell’occhi. Reichlin fa bene a porre il tema del “ruolo storico di un partito di sinistra”, ma prima osservazione la definizione di “partito di sinistra” non è un po’ riduttiva per il PD? O quantomeno di non così evidente interpretazione.

Secondo punto ben più fondante e fondamentale. La deriva populista può e deve essere evitata ma non dando vita allo scheletro, che altrimenti avremmo un partito zombi, può essere evitata da una classe dirigente che abbia un vero e proprio progetto per il paese e che non sia il solo e semplice terminale delle giunture dello scheletro. Insomma, il populismo, ovvero l’antipolitica, si combatte con la politica non con l’iperpolitica per usare una parola di Ilvo Diamanti. Con un progetto non con un’organizzazione. L’organizzazione può essere uno strumento ma non può essere il fine. Ora è proprio il progetto che sembra il grande assente di questo fiacco dibattito congressuale. E un gramsciano come Reichlin sa bene che il progetto non possono essere le alleanze. Perché per un gramsciano come Reichlin il partito è chiamato comunque ad essere un partito nazionale, un moderno principe che come tale può anche stipulare delle alleanze ma da principe appunto, non da vassallo. Ora, in tutta franchezza, il moderno principe non ha nulla a che vedere con il partito dello scheletro evocato da Reichlin. Definire la propria identità in ragione delle alleanze che si vogliono stipulare non è un esercizio di egemonia ma di subalternità. La sfida non può essere mantenere il controllo sui propri mondi, sindacato cooperative, Emilia. Questo non è un progetto nazionale ma un progetto feudale: ad ognuno il suo pezzo di società ma avendo rinunciato alla possibilità che quel pezzo di società, per esempio la classe operaia di Gramsci, diventi classe dirigente nazionale. Ecco è nella cifra della rinuncia l’abiura di Gramsci da parte dei suoi eredi formali. C’è ancora la possibilità di costruire un partito nazionale in termini di quantità e qualità che non sia la stanca riproposizione di modelli antichi? Questa è la domanda del congresso, che aspetta ancora di avere una risposta credibile, convincente, vincente.

 




permalink | inviato da zorzo il 15/10/2009 alle 3:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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