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pensieri lenti.. e cattogaudenti


Diario


10 giugno 2010

Chiesa e capitalismo

Tra i paradossi di questa crisi, uno e non il meno potente, è che per sentire una critica del capitalismo, di questo capitalismo finanziario che ha portato prima alla crisi della Lehman e ora a quella della Grecia e quindi dell’Europa, non bisogna andare in una sezione di partito, al seminario di una fondazione, nelle aule di un’università pubblica. No. Bisogna andare a sentire la presentazione di un libro di un banchiere, il primo banchiere italiano, un banchiere cattolico, dentro l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Alla presentazione del libro di Giovanni Bazoli ed Ernst Boeckonforde, assente per ovvi motivi il giurista tedesco, hanno dovuto portare a spalla decine di sedie in più, tanta era l’attesa. E il banchiere bresciano non ha deluso.
Delude invece il PD, quasi completamente assente alla prima presentazione romana del libretto della Morcelliana, rappresentato, se così si può dire, solo dall’ex senatore, e sottolineo ex, Giorgio Pasetto. Storico esponente della sinistra di base, un cattolico democratico, appunto.
Su tutto, la prima cosa da menzionare è il ricordo, quasi commosso, che Bazoli ha fatto di Giovanni Battista Montini. Forse esagero, ma forse no, se dico che Bazoli può rappresentare in questa fase storica per l’economia, per i decisori dell’economia, quello che Montini ha rappresentato per la politica e per una generazione di decisori della politica: uno straordinario formatore di classi dirigenti. Montini è stato il più importante formatore di classi dirigenti che ha avuto l’Italia del XX secolo. Certo, classi dirigenti politiche piuttosto che economiche, ma il senso dell’operazione non cambia. Tutto il ragionamento di Bazoli infatti porta a non scindere come invece ha fatto fino ad ora l’ideologia liberista, il compito della politica e quello dell’economia. Facendo dell’una la disciplina della responsabilità sociale e dell’altra quella dell’utilità individuale. No, ci deve essere una cooperazione tra le due, pertanto né contrapposizione né peggio indifferenza tra élites politiche ed élites economiche. Quella abbozzata ieri dall’intervento di Bazoli è stata per molti versi una vera e propria teoria delle élites del XXI secolo. Bazoli sa bene, come ha appreso da Montini, che la storia non la fanno i popoli da soli ma i popoli insieme alle classi dirigenti. La sfida cui ci chiama questa crisi non comporta solo l’istituzione di nuove e più “cogenti regole” ma occorre una reale “svolta culturale e antropologica”, cui si può arrivare solo attraverso “una revisione dei valori e dei canoni in cui vengono formati i manager”. Si avverte insomma la necessità e l’urgenza che la nuova formazione per i decisori dell’economia “superi i criteri correnti, teorizzati nelle scuole di formazione manageriale e ispirati al postulato che la soddisfazione di utilità particolari si traduca automaticamente in una crescita del benessere collettivo”.
Boom! Bye bye London School of Economics, bye bye London Business school, bye bye Giddens, Blair e Terza via. Per tutti questi ultimi 20 anni i politici sono andati nelle scuole di management ad imparare che dovevano lasciar fare, che il mercato si autoregolava, che il loro compito era solo e soltanto quello di promuovere la concorrenza e che questo avrebbe portato al”benessere collettivo”. Bisognava lasciar perdere l’uguaglianza tra le persone e invece assicurare la libertà di scelta del consumatore. Il consumatore come giudice di ultima istanza e gli animal spirits come i suoi angeli custodi. Questo paradigma non esiste più. Oggi invece suggerisce il banchiere di Brescia “la professionalità dei manager e l'eccellenza delle aziende dovrebbero essere misurate secondo la capacità di farsi carico degli interessi di tutte le categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell'impresa e, in ultima istanza, dell'intera comunità di riferimento”. Una considerazione distante anni luce dal Washington Consensus clintoniano ma ben piantata invece nell’alveo della nostra Costituzione laddove negli artt. 41 e 42, parla di “utilità sociale” dell’impresa e di “funzione sociale” della proprietà. Curioso che siano gli stessi articoli che qualche democratica anima bella ha con baldanza acconsentito a modificare.
Ma nel’intervento di Bazoli non c’è solo una nuova e originale teoria delle élites, c’è anche una critica spietata dell’utilitarismo e della massimizzazione del profitto. L’eterogenesi dei fini se esiste, forse esiste per il fornaio e il mercato del pane di Adam Smith del XVIII secolo non certo per gli edge fund e i mercati finanziari del XXI secolo. In conclusione, il pensiero espresso da Bazoli è un pensiero forte, e fortemente etico politico che riesce con successo a demolire quelli che fino ad ora sono stati i capisaldi incontrastabili e incontrastati del Pensiero Unico liberista. La sfida è in atto: pensiero sistemico contro pensiero atomistico, kosmos contro caos, lungo termine, contro breve termine, decisone responsabile contro interesse immediato. Per questo oltre a nuove regole serve  una nuova antropologia ffondata su un’altra idea del tempo. Il just in time, porta a non avere più future, a consumare tutto il consumabile fino ad esaurire le scorte. Questa crisi non è allora la crisi del capitalismo tout court ma di un certo tipo di capitalismo: quello anglosassone, finanziario, che obbedisce alla dittatura della massimizzazione del profitto, dell’interesse immediato, del breve periodo. Meglio decidere di guadagnare meno oggi per avere più forza in futuro, è lo stesso ragionamento che ha fatto il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, solo 10 giorni prima. Quindi nuove regole certo, ma da sole queste non bastano: “la svolta normativa-istituzionale deve accompagnarsi a una svolta culturale-antropologica". Una lavoro enorme. Da far tremare le vene e i polsi. Ma finalmente un buon lavoro.

 




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13 aprile 2010

il "partito nuovo" di Romano Prodi

 

L’editoriale di Romano Prodi sui quotidiani di domenica scorsa non va letto, va studiato. A tale proposito bisogna riconoscere che non brillano per intelligenza e acume i commenti che si sono succeduti; frettolosi ed affrettati, fermi alla lettera e chiusi allo spirito e al senso profondo di quell’editoriale. Diversa la risposta di Bersani, più pacata e strutturata, come il personaggio del resto che, seppure non entrando nel merito delle diverse questioni, almeno dichiara di farsene interrogare: è già qualcosa.

Prodi comincia in modo sorprendente considerata la sua formazione, con una ricostruzione storico-politica: fa un parallelismo tra la situazione del PD e l’“irreversibile crisi della Democrazia Cristiana”. Sì, perché sta qui, prim’ancora che nel ragionamento sul partito federale il cuore del discorso. La DC finisce per un problema politico non per un complotto di giudici. Finisce perché ha smarrito il progetto, perché non sa più parlare al paese in ottica sistemica ma solo in ottica clientelare, non è più un partito ma solo una confederazione di correnti.

Il “risultato delle elezioni è stato inferiore alle attese” scrive Prodi del PD alle regionali, proprio come quello della DC nel 1992, quando per la prima volta scende sotto il 30% mentre la Lega già corre vicino alle due cifre: 8.6%, 3.400.000 voti. 18 anni fa. La “comune interpretazione” del risultato elettorale deludente, che Prodi fa propria, sta nella “struttura del partito fortemente autoreferenziale con rapporti troppo deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani”. Il PD sembra troppo occupato nella continua ed estenuante definizione degli equilibri interni proprio come la DC del 1992, dilaniata dalla scelta del nome da mandare al Quirinale. Ancora una volta le priorità degli italiani non sono quelle dei partiti. Nessuno parla al popolo. Se questa è l’analisi allora c’è bisogno del “coraggio di cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci”.

E’ in premessa a questa conclusione, di una durezza senza precedenti, che Prodi disegna un’idea del partito federale su cui si è concentrato tutto il dibattito. Ora, viene in mente l’antico proverbio cinese, che deve essere per ovvie ragioni caro anche a Prodi, il sinofilo nazionale: “Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito”. Ecco, il punto non è il dettaglio dell’assetto più o meno federale. Il partito federale non è il fine ma il mezzo per far sì che “la politica del partito” sia “decisa da coloro che rispondono direttamente alla base”. La fonte di legittimazione insomma non può essere la biografia, il curriculum, ma deve essere la progettualità, la capacità trasparente di parlare al popolo. E’ per questo che negli organi dirigenti del partito disegnato da Prodi non c’è posto per “benemeriti e aventi diritto” ma tutti partono alla pari e tutto, a partire dalla leadership, diventa potenzialmente contendibile.

Solo che leadership e linea politica devono marciare all’unisono, non come hanno fatto finora: “non si può continuare con dibattiti senza fine nei quali si ritorna sempre al punto di partenza e ogni decisione viene sentita come provvisoria” anche qui l’analisi del Prof è impietosa ma intellettualmente ineccepibile. La mancanza di una linea, o meglio l’eccessiva pluralità delle linee che poi è la stessa cosa, è esperienza quotidiana. Questa sensazione è continuamente presente e non è stata sopita dal dopo congresso. Il pericolo è un esito gattopardesco del PD, che sarebbe certo un esito in linea con il carattere nazionale, ma con un aspetto vizioso e non virtuoso del carattere nazionale; dopo un estenuante dibattito - ad esempio sulle riforme istituzionali, scrive Prodi - “si finisce con la scelta di non cambiare nulla senza che si capisca come e da chi tutto questo venga deciso”.

E’ insomma l’opacità del percorso decisionale che produce la provvisorietà della decisione. Sciogliere il nodo dell’opacità, andare al confronto vero sui contenuti è il metodo per restituire credibilità e autorevolezza al partito. Per Prodi il “partito federale” guidato dai segretari regionali è “l’unica soluzione per far funzionare il partito in modo trasparente ed efficiente”. Si può discutere sull’”unica soluzione”. Però che quello sia il nodo, ovvero il nesso trasparenza-efficienza, dovrebbe essere chiaro. A questo punto la domanda che in tanti si sono fatti è: ok ma a chi parla Prodi? Parla a chi sta nel partito? A chi sta fuori dal partito? Si candida per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica nel 2013?

Andiamo con ordine. Se fosse così semplice non ci sarebbe stato il richiamo finale all’art. 49 della costituzione, e al “metodo democratico” con cui i partiti sono chiamati a concorrere alla determinazione della politica nazionale. Prodi più che di sé parla del Pd e al PD. Il suo ragionamento sul nuovo assetto “implica un cambiamento radicale della vita del partito e della formazione della sua classe dirigente”: un partito nuovo dentro una Repubblica nuova. Sicuramente federale, forse presidenziale.

Ma per tutto quello che si è osservato, più che ad un’autocandidatura vien voglia di pensare, in prospettiva, la disponibilità di Prodi a fare il king maker di una nuova leadership, di una nuova classe dirigente con il requisito non banale che questa nuova classe dirigente riconosca l’interlocutore del Pd, non in Berlusconi ma negli italiani.

È paradossale e, per certi versi ne avvalora il ragionamento, il fatto che queste tesi vengano proposte da uno che non ha l’eloquenza e la capacità dialettica di un affabulatore. Il fatto che proprio chi non ha la dote della comunicazione faccia del rapporto diretto con la base, del parlare al popolo, la cifra del nuovo PD sta a significare che il problema non è il rischio del populismo ma è una democrazia svuotata. A cominciare dallo svuotamento delle urne. Bisogna tornare a una dimensione progettuale della politica. A far cooperare organizzazione e movimento. E non c’è dubbio che una dimensione diretta e competitiva possa fungere da levatrice a questo scopo. Chi ha paura dunque di una democrazia più diretta e meno mediata? Chi ha paura di un Obama italiano? Lo spettro del presidenzialismo si aggira nei palazzi della politica. Ma chi davvero lo deve temere?

La sensazione finale, e in fondo anche l’auspicio, è che questo articolo serva a rompere il ghiaccio, a mettere in fila i problemi, ma che sia solo una tappa, la prima, di un racconto da svolgere al partito e al paese. Prodi mette le basi per dare una risposta politica all’antipolitica grazie a quel coraggio tutto suo, di dire la verità, dal momento che, almeno lui, non ha niente da perdere.




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31 marzo 2010

La campagna e le istituzioni

 Bersani fa bene a rassicurare, non è il momento di flagellarsi, di colpevolizzarsi, di stracciarsi le vesti. Si erano create delle eccessive aspettative che sono state sensibilmente ridimensionate. E in questo caso il problema è sempre delle aspettative. Il miracolo nel centrosinistra non c’è stato. E anche questa non è una novità. Si è fermata nel 2001 la rimonta di Rutelli, la stessa sorte è toccata a Veltroni nel 2008, e ora anche a Bersani. Ma si sa. Noi siamo laici. I miracoli esistono solo per la Polverini. Chissà perché ma battere Berlusconi è stato buono solo un cattolico adulto come Prodi.

A tutto si sopravvive. Anche i Balcani sono sopravissuti alla fine degli imperi austroungarico e Ottomano. Ma appunto sono sopravvissuti balcanizzati. Ora c’è una insopprimibile sensazione di balcanizzazione che lasciano queste elezioni. Un centrosinistra non articolato ma diviso, in cui il PD è ovunque vicino a rappresentare la metà o poco più della coalizione ma non quei due terzi che lo renderebbero il partito baricentro, il partito forza centripeta della coalizione. Bisogna constatare che queste elezioni ci consegnano un indebolimento della funzione baricentro espressa dal PD con buona pace di tutti coloro che pensavano e auspicavano una nuova centralità del partito. (compreso il sottoscritto).

E’ importante e utile al riguardo uscire da ogni tentazione snobistica del tipo: sono gli italiani ad essere degli stronzi oppure gli italiani non hanno cultura. Ecc. Ecc. e nel 2005 allora? Parlo del Lazio che è la situazione che conosco meglio. A Roma comune, praticamente dentro il GRA, la Bonino è sopra di 115.000 voti. In provincia di Roma, e nel resto delle province sotto di 195.000 voti. Un dato che non può lasciare sorpresi. E’ molto simile a quello delle europee. Si doveva fare un lavoro nelle province che non è stato fatto.

Non si può snobbare la campagna. Ogni moto concretamente riformatore, Gramsci docet, prevede l’alleanza città campagna. Per Obama per esempio alle presidenziali è stato strategico vincere in Florida, che in questo scenario svolge bene il ruolo della provincia rozza e incolta, e non la ha snobbata considerandola appannaggio del voto conservatore. La nostra candidata non biodegradabile invece in campagna non ci ha messo molto piede. Del resto si sa che la campagna è il posto del letame non della plastica, ecco quindi il motivo del voto solo urbano alla Bonino.

Noi non dobbiamo avere paura della biodegradabilità. Il seme per dare frutto deve morire. Questo in campagna e nelle parrocchie lo sanno bene. Ecco, se il centrosinistra riuscisse ad esprimere questa disponibilità a morire per qualcosa, forse sarebbe la volta di una buona e bella vittoria. Dobbiamo nei prossimi anni creare le condizioni perché ci possa essere questo grande processo di alleanza tra città e campagna. Dobbiamo creare le condizioni perché ci possa essere un Obama. Uno che pensa l’Italia e l’Europa del XXI secolo come Obama pensa l’America del XXI secolo.

Non è solo questione di classe dirigente. È questione di quale repubblica vogliamo. Siamo passati da una repubblica dei partiti a una repubblica delle biografie. Ma quando le biografie finiscono per motivi anagrafici? Forse c’è bisogno di una repubblica delle istituzioni che sappiano restare al di là delle biografie. Una repubblica delle istituzioni forti è il migliore antidoto a una repubblica dell’uomo forte. Stante l’impossibile ritorno a una repubblica dei partiti (forti). Non abbiamo tre anni per questo dibattito. Abbiamo mesi. E dobbiamo cominciarlo noi prima che cominci qualcun altro.




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16 marzo 2010

Comunicato del Laicato di Roma

Ricevo e volentieri pubblico il comunicato che il Laicatus Urbis, ovvero il Laicato di Roma, la massima autorità dei laici cattolici nella capitale ha diffuso oggi, 16 marzo 2010, a parziale correzione del comunicato emesso domenica scorsa dal Vicariatus Urbis, ovvero il Vicariato di Roma.

"Constatiamo con pena che le raccomandazioni vicariali riscuotono poca attenzione, perché purtroppo molto bassa è la fiducia verso la classe ecclesiale in generale. I laci cristiani, che nell’esercizio del loro ministero incontrano la  gente ogni giorno, e la società civile nel suo insieme, restano convinti che le parole che si ascoltano volentieri dai pastori della Chiesa sono quelle confermate dalla testimonianza della vita e dall’impegno concreto e coerente.

I laici cristiani ritengono un comportamento molto poco rispondente al Vangelo quello che conduce alcuni pastori ad esprimersi con tali parole: "il progetto politico che sosteniamo". Non potendosi infatti identificare la parola di Dio e il servizio ecclesiale con un esplicito riferimento a qualsivoglia progetto politico. Considerano quindi non solo grave, ma passibile di sanzione presso la Pontificia Congregazione della Dottrina della Fede il documento licenziato dal Vicariato di Roma. Ricordano a tale proposito la profetica e augusta battaglia del compianto Papa Giovanni Paolo II contro una dottrina potenzialmente eretica della nostra Fede denominata "Teologia della liberazione".

Constatiamo pertanto come il  rischio di una mondanizzazione, di una immanentizzazione della fede siai sempre presente tra i fedeli cattolici, anche in quelli animati dalle migliori e più buone intenzioni. La Chiesa, nella sua funzione vicaria e di testimonianza, non può nfatti intestarsi, identificarsi, sostenere alcun determinato progetto politico mondano. Riconosciamo dunque in questo documento un cedimento grave ad una tentazione che produce, tra gli altri effetti, l'ìinfausto risultato di relativizzare l'annuncio della salvezza, di renderlo contingente e parziale invece che perenne ed universale.

Constatiamo con preoccupazione pertanto quanto i semi del relativismo e dell'immanentismo abbiamo attecchito in terreni e campi, ad esempio il Vicariato di Roma, che consideravamo per loro natura virtualmente immuni. Richiamiamo in conclusione tutta la comunità ecclesiale romana a vivere pienamente la Quaresima come momento di conversione, di silenzio e di deserto, certi che da questi, più che da inutili comunicati, trarremo la Fede, la Speranza, i doni dello Spirito".

Laicatus Urbis
16 marzo 2010

 




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24 febbraio 2010

parole sante

 

''Il PdLe' come l'ultima DC: si predica lo scioglimento delle correnti ma ognuno vuole sciogliere quelle degli altri. Con la differenza che Prandini e Gaspari avevano i voti, questi fanno solo fondazioni''. Lo dichiara il ministro per l'Attuazione del Programma di Governo,Gianfranco Rotondi.




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19 gennaio 2010

L'eredità di Craxi

Se non si fa la verità sul passato ci si raccontano un sacco di fregnacce. Ben venga quindi il dibattito su Bettino Craxi che da più settimane sta animando la scena politica fino la lettera di ieri del Capo dello Stato. Ben
venga innanzitutto perché da solo è il segno di quanto sia necessario chiarirsi le idee sul passato per chiarirsi le idee sul presente. Un sistema politico equilibrato, solido, strutturato con partiti forti, forse lascerebbe un simile
confronto ai soli storici di professione. La seconda repubblica invece, è fragile. Nata senza padri costituenti, ma da referendum costituenti, si porta dietro un rimosso enorme che ogni tanto rigurgita. Il direttore del Riformista
prova ad argomentare come e perché Berlusconi non sarebbe l’erede di Craxi. Un’eredità certamente non rivendicata, né accettata con beneficio d’inventario dal diretto interessato ma sentita come profondamente vera, culturalmente vera, antropologicamente vera da gran parte del popolo democratico. Per conformismo, sebbene conformismo di sinistra? A mio parere no. Provo a dire perché. Partiamo da una domanda: chi è stato e cosa ha rappresentato Craxi nella storia repubblicana. Innanzitutto un politico di rottura. Aveva intuito se non l’esaurimento l’appesantimento dei due grandi partiti popolari. E si è incuneato nelle loro contraddizioni con la spregiudicatezza e il tatticismo di una nave corsara ma le contraddizioni, alla fine, hanno avuto vinta su di lui. E’ proprio con Craxi infatti che si crea il mito delle riforme e della repubblica presidenziale e si comincia a picconare il vecchio equilibrio della prima repubblica, a cominciare dalla centralità del Parlamento. La sua idea di repubblica presidenziale è infatti un modello opposto e alternativo alla repubblica dei partiti, che al livello istituzionale è una repubblica parlamentare. Con lui comincia anche l’esasperata personalizzazione della politica che poi fiorisce nella seconda repubblica; il suo modello di partito, è in embrione quel partito personale studiato e ristudiato in questi anni e di cui per certi aspetti Forza Italia rappresenta l’epigono meglio riuscito. Questa è la prima e più importante contraddizione, l’uomo della partitocrazia, il teorico delle “mani libere”, il mentore dell’operazione Carraro al comune di Roma, un’operazione tutta politica e politicista, interna alle segreterie dei partiti che così anticipano e annullano di fatto l’esito delle elezioni, sogna come grande riforma l’appello diretto e plebiscitario ai cittadini. Una delle conseguenze della personalizzazione della politica è la politica come spettacolo. Il ritorno potente di una dimensione estetica come strumento di appartenenza ed identificazione. Craxi è stato indubitabilmente il primo uomo politico italiano a spettacolarizzare i congressi e le riunioni di partito. Dall’innovazione del garofano alla piramide di Panseca, è tutto un rincorrersi tra identità politica e messaggio pubblicitario. Anche in questo anticipa fortemente quello che sarà il messaggio e lo stile politico di Berlusconi. La politica come spettacolo, come esibizione di forza, come stupore. Craxi è il primo interprete in politica del nihilismo postmoderno che oggi è patrimonio diffuso di tanta parte della classe politica italiana. Da Berlusconi in giù.
Personalizzazione della politica vuol dire anche concepire la politica come biografia. Il programma politico di Craxi è in gran parte anche la sua biografia: la fama di uomo forte, di decisore, di uomo del fare. La biografia era il suo modo di essere una personalità di rottura, di essere antisistema rispetto al sistema dei partiti dell’arco costituzionale che non avevano mai vissuto vere e proprie svolte ma sempre lenti e piccoli adeguamenti. Craxi
prende il potere nel suo partito con una rottura generazionale che non conosce eguali nella storia politica della prima repubblica. Ma poi il campione del blitz krieg, della guerra lampo, si fa logorare in un’estenuante guerra di
posizione dall’intellettuale della Magna Grecia, Ciriaco De Mita. Il suo anticonformismo iniziale s’impantana. L’onda lunga è solo quella delle clientele che hanno una loro durata. Breve. E poco dopo viene la risacca. L’intelligenza di Craxi gli fa capire che DC e Pci sono degli scatoloni dove tranne tanti voti non sono rimasti più né valori, né ideali, ma invece di innovare sul piano dei valori e degli ideali, decide di liquidarli completamente. Con la biografia appunto. Ma poi quando la sua biografia viene messa in discussione è tutto il progetto politico a svanire. La differenza con quanto opera e ha operato Berlusconi non è nella sostanza è nel risultato. Berlusconi, grazie alla sua biografia imprenditoriale è ripartito da dove Craxi si è fermato. Né all’uno né all’altro si può chiedere coerenza ideologica. Statalisti e clientelari quando si tratta di partecipazioni statali, liberisti quando si tratta di mercato del lavoro. Craxi identifica e parla a un blocco ociale, quello delle nuove professioni e del popolo delle partite iva, che
poi sarà lo stesso che porterà al governo Berlusconi ma gli parla in un contesto di lassismo finanziario che non ha eguali nella storia della Repubblica e senza sciogliere il legame non virtuoso con il mondo sindacale. A tale proposito occorre chiarire un punto. Il referendum sulla scala mobile non fu una vittoria sui sindacati e sulla CGIL, che infatti non lo voleva, fu una vittoria politica contro il PCI e contro la memoria di Enrico Berlinguer. Troppi erano gli
interessi e le connivenze del PSI nel mondo sindacale, si pensi alla UIL, e a Ottaviano Del Turco segretario aggiunto della CGIL. Se noi oggi in Italia ci ritroviamo i sindacati più forti del mondo e i salari più bassi d’Europa è
anche grazie alle incoerenze e alle contraddizioni di quella stagione. C’è infine un ultimo punto in cui si può riconoscere la forte eredità che lega Berlusconi a Craxi. Polito nel suo editoriale argomenta: “per Craxi le tv
di Berlusconi erano una commodity politica; per Berlusconi il suo profitto di capitalista”. No, non è così. Se fosse così si capirebbe davvero poco dell’Italia di questi ultimi trent’anni. Un network commerciale non è una
piantagione di canna da zucchero, è un’industria culturale che lavora sulle coscienze, sull’immaginario degli utenti. Sia per Craxi che per Berlusconi la televisione commerciale ha rappresentato un progetto culturale. La Finivest
ha sfidato la Rai come il PSI corsaro di Craxi ha sfidato i due pachidermi DC e PCI: la posta in gioco, cambiare l’agenda politico culturale del paese. Berlusconi e Craxi hanno lavorato insieme per una mutazione antropologica
degli italiani. Questa mutazione è avvenuta, solo che a raccoglierne i frutti e quindi l’eredità, è rimasto solo uno.
 




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15 gennaio 2010

Benedetto è buono, anzi Bonino

 Sorpresa: Emma Bonino è più vicina alle gerarchie ecclesiastiche che al popolo di Dio. Sì. E’ paradossale ma è così. Altro che quello che va dicendo la Emma nazionale. Nelle parrocchie, nei gruppi ecclesiali, tra i semplici fedeli di simpatie democratiche Emma Bonino è vista e percepita con evidente lontananza. In Vaticano invece, con equidistanza. E questo se è una buona notizia per la campagna elettorale lo è di meno per il momento finale delle votazioni, perché alla fine è il popolo che va a votare. Ad ogni buon conto i margini di una bella campagna elettorale ci sono tutti. Speriamo si abbia la saggezza e la lungimiranza di riconoscerli e non sciuparli. Il primo ad aver dimostrato saggezza ed equanimità infatti è stato, ieri, il massimo organo della gerarchia ecclesiastica, ovvero il Papa. Nell’incontro d’inizio d’anno con le autorità del Comune e della provincia di Roma e della Regione Lazio il Vescovo di Roma ha calcato l’accento sulle preoccupanti difficoltà di molte famiglie, sul disagio giovanile, così come sulle necessità di strutture di assistenza e formazione che richiedono una particolare attenzione da parte delle istituzioni. Un discorso articolato dunque, con al centro il territorio e non i principi, un discorso che pone la sfida delle regionali sul piano della carità piuttosto che sul piano della laicità; si è quindi chiaramente percepita la volontà di concordia e dialogo nell’interazione con gli organi istituzionali e tra gli organi istituzionali piuttosto che la volontà di lanciare anatemi, bandire crociate, promuovere scontri di civiltà. Con l’intervento di ieri il Papa ha chiaramente espresso che per l’anno in corso, quindi per le imminenti elezioni legislative regionali, c’è una priorità dei temi sociali sui temi etici. Dovrebbe essere una buona notizia per la coalizione di centrosinistra. Speriamo lo sia anche per la sua candidata.




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13 gennaio 2010

Parallelismi europei

 Certo che se i leader della sinistra europea finiscono, uno a fare il consulente di Putin per il gasdotto North Stream, è il caso di Schroeder, un altro a fare il consulente della Louis Vitton, il più importante gruppo europeo del lusso, è il caso di Blair, beh, forse c'è da essere orgogliosi, come italiani e come ital...iani di sinistra, di aver avuto come Presidente del Consiglio Romano Prodi.Magis videre




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11 gennaio 2010

corrispondenze

 "quando una cultura politica, incontra una cultura organizzativa, la cultura organizzativa è una cultura morta". la buona, la brutta e la Bonino, italia 2010




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8 gennaio 2010

La novità Bonino

 

Innanzitutto una premessa: Bonino, Pannella e tutti i radicali non esisterebbero senza il cristianesimo. E’ infatti la religione e, siccome siamo in Italia la religione cattolica che fornisce ai Radicali Italiani il loro modello di apostolato civile. Il modello è quello delle confraternite, degli ordini mendicanti, organizzazioni religiose che prendono a cuore le cause disperate, le cause degli ultimi degli umili dei dimenticati. Premesso questo, che dunque il cristianesimo cattolico rappresenta il presupposto storico, logico e fattuale dell’esistenza stessa dei radicali veniamo all’attualità. Emma Bonino in nome e per conto dei radicali si autocandida alla guida della regione Lazio. Molti nel PD la vivono quasi come una liberazione dall’onere di dover trovare al proprio interno una candidatura credibile, possibile, rispettabile. Non è un grande segno di salute e di vitalità. Ci possono essere tuttavia molte letture. Che siccome si va a perdere si perde meglio con un candidato non targato PD. Ma i conti con il probabile crollo di consensi per il partito non si fanno? Che comunque l’UDC non ci avrebbe sostenuto, quindi tanto vale. Che effettivamente meglio non bruciare le proprie poche cartucce ecc.
Non ci siamo. Qui non si tratta di riproporre in modo velleitario la vocazione maggioritaria, qui si tratta di capire che identità possiede questo partito, che profilo politico culturale, quale cultura politica. Uno sforzo di sintesi progressiva si deve pur fare. Con gradualità, con pazienza, con misura. Ma si deve avere il diritto di capire in che direzione andare. Emma Bonino è stata un eccellente ministro del commercio estero. Dinamica, aperta al mondo, alla competitività e alla concorrenza. Contro tutte le corporazioni, i privilegi, le protezioni. Ha accompagnato in meno di due anni centinaia di imprese italiane alla scoperta e alla conquista di nuovi mercati. Bene. Accettare però che la Bonino guidi una coalizione in cui c’è il PD, una coalizione che si candida ad una elezione politica, come sono le regionali, non una elezione amministrativa, è qualcosa di diverso. I radicali hanno eletto poche settimane fa come loro nuovo segretario un brillante trentenne romano già alla guida di anticlericali.net. Hanno quindi ribadito, ma non ce ne era bisogno, che l’anticlericalismo è uno dei fondamenti, delle pietre angolari della militanza e dell’appartenenza al movimento e al progetto radicale. Quindi la mia domanda è? Cosa c’entra l’anticlericalismo con le culture di riferimento del PD? Il PD doveva nascere laico, contro tutti i clericalismi e contro tutti gli anticlericalismi, due esasperazioni che di fatto si tengono. Candidare la Bonino in tutta fretta, o meglio ratificare una decisione già presa da lei medesima, non è un buon inizio. Sembra un ulteriore passo, dopo quello dell’inserimento dei radicali nelle liste del PD alle elezioni del 2008, verso un partito effettivamente nuovo nel panorama politico nazionale: il partito radicale di massa. Era questa la novità che mancava?




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11 dicembre 2009

Dio mercificato

Fa impressione il logo e il messaggio del convegno organizzato in questi giorni a Roma dal comitato del progetto culturale, un comitato si fa per dire, vista la cucitura su misura per le ambizioni e i progetti del Cardinale Camillo Ruini, un comitato personale. Fa impressione perché fino ad ora molto si era visto ma un Dio trattato da prodotto merceologico, da bene di consumo, da status symbol, no, non si era davvero ancora mai visto. Il logo e il messaggio dunque: Dio Oggi, con lui o senza di lui cambia tutto. scritta bianca e oro sopra un cielo blu con stelle sparse e pure una cometa che scende obliqua da sinistra verso destra. un perfetto sfondo da marketing natalizio. un dio pandoro, un dio panettone. per i colori e il contesto sembra una variante della pubblicità di Bauli. fin qui il contesto. Ora il testo: "Dio oggi" che vuol dire? vuol dire Dio incarnato? vuo dire riconoscerlo come segno di contraddizione? cogliere i segni dei tempi? vuol dire riconscere la croce ed assumerla su di sé?. Vuol dire Cristo Dio crocifisso? No. Dio oggi richiama l'attualità non l'eternità di Dio, ma Dio può essere attuale? può essere di moda? Dio può imporsi all'attenzione come si impone un prodotto saggiamente e sapientemente pubblicizzato? ma "Dio oggi" evoca pure un approccio sociologico, statistico al problema della fede. Quasi che la presenza di Dio nella contemporaneità fosse qualcosa di misurabile, di conoscibile, di quantificabile. Sarebbe stato ben diverso titolare: "Dio, qui e ora". Avrebbe significato altro, innazitutto avrebbe significato: cazzi vostri che mo' arrivo Io! quandom meno ve lo aspettate. irrompo nella vostra vita, siete disposti ad aprirmi la porta, la casa, il vostro cuore? ma la mercificazione raggiunge l'apoteosi con il sottotitolo: "con lui o senza di lui cambia tutto" dove quel con non sa molto di compagnia, di condivisione, di comunione. Sa di possesso. se ce l'hai bella pe' te, se non ce l'hai peggio per te. Dio come un lines seta ultra quallsiasi. Non ci siamo. il rapporto con Dio non può essere di possesso ma di comunione. uno stato che afferisce più alla sfera dell'essere che a quella dell'essere utile o dell'avere. eppure un messaggio del genere "Dio oggi, con lui o senza dilui cambia tutto" sembra proporre un'idea strumentale e non finale di Dio. Dio non è il nostro destino ma lo strumento con cui cambiamo le cose, lo strumento con cui affermiamo la nostra identità nel tempo e nello spazio, uno status symbol.
ecco, se le cose stanno così di cosa abbiamo ulterIormente bisogno per capire? La Chiesa per diffondere la parola usa strumenti e mezzi pubblicitari. e se è vero che il mezzo è il messaggio allora non ce n'è per nessuno. altro che progetto culturale. l'unico vero reale egemone progetto culturale nel nostro Paese lo ha realizzato Berlusconi, non Camillo Ruini, tanto è vero che, come dimostra questo convegno, è la Cei a seguire le orme di Berlusconi non il contrario.




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11 dicembre 2009

Dio mercificato

 

Fa impressione il logo e il messaggio del convegno organizzato in questi giorni a Roma dal comitato del progetto culturale, un comitato si fa per dire, vista la cucitura su misura per le ambizioni e i progetti del Cardinale Camillo Ruini, un comitato personale. Fa impressione perché fino ad ora molto si era visto ma un Dio trattato da prodotto merceologico, da bene di consumo, da status symbol, no, non si era davvero ancora mai visto. Il logo e il messaggio dunque: Dio Oggi, con lui o senza di lui cambia tutto. scritta bianca e oro sopra un cielo blu con stelle sparse e pure una cometa che scende obliqua da sinistra verso destra. un perfetto sfondo da marketing natalizio. un dio pandoro, un dio panettone. per i colori e il contesto sembra una variante della pubblicità di Bauli. fin qui il contesto. Ora il testo: "Dio oggi" che vuol dire? vuol dire Dio incarnato? vuo dire riconoscerlo come segno di contraddizione? cogliere i segni dei tempi? vuol dire riconscere la croce ed assumerla su di sé?. Vuol dire Cristo Dio crocifisso? No. Dio oggi richiama l'attualità non l'eternità di Dio, ma Dio può essere attuale? può essere di moda? Dio può imporsi all'attenzione come si impone un prodotto saggiamente e sapientemente pubblicizzato? ma "Dio oggi" evoca pure un approccio sociologico, statistico al problema della fede. Quasi che la presenza di Dio nella contemporaneità fosse qualcosa di misurabile, di conoscibile, di quantificabile. Sarebbe stato ben diverso titolare: "Dio, qui e ora". Avrebbe significato altro, innazitutto avrebbe significato: cazzi vostri che mo' arrivo Io! quandom meno ve lo aspettate. irrompo nella vostra vita, siete disposti ad aprirmi la porta, la casa, il vostro cuore? ma la mercificazione raggiunge l'apoteosi con il sottotitolo: "con lui o senza di lui cambia tutto" dove quel con non sa molto di compagnia, di condivisione, di comunione. Sa di possesso. se ce l'hai bella pe' te, se non ce l'hai peggio per te. Dio come un lines seta ultra quallsiasi. Non ci siamo. il rapporto con Dio non può essere di possesso ma di comunione. uno stato che afferisce più alla sfera dell'essere che a quella dell'essere utile o dell'avere. eppure un messaggio del genere "Dio oggi, con lui o senza dilui cambia tutto" sembra proporre un'idea strumentale e non finale di Dio. Dio non è il nostro destino ma lo strumento con cui cambiamo le cose, lo strumento con cui affermiamo la nostra identità nel tempo e nello spazio, uno status symbol.
ecco, se le cose stanno così di cosa abbiamo ulterIormente bisogno per capire? La Chiesa per diffondere la parola usa strumenti e mezzi pubblicitari. e se è vero che il mezzo è il messaggio allora non ce n'è per nessuno. altro che progetto culturale. l'unico vero reale egemone progetto culturale nel nostro Paese lo ha realizzato Berlusconi, non Camillo Ruini, tanto è vero che, come dimostra questo convegno, è la Cei a seguire le orme di Berlusconi non il contrario.




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15 ottobre 2009

La “regressione” di Reichlin

Stavolta il grande vecchio non convince. Alfredo Reichlin l’altro ieri sull’Unità parla di una regressione populista che starebbe impossessandosi del PD e la vede esemplificata nel primato del modello del partito degli eletti sul partito dei militanti. Ora, a parte che questa distinzione è un po’ bizzarra e un po’ confusa perché non si capisce chi siano questi eletti, se i parlamentari oppure tutta la pletora di eletti nelle amministrazioni locali, e se pure si può intuire in Bersani il campione del modello “militanti” non si capisce chi tra i candidati possa intepretare il modello “eletti”; a parte questo insomma è un po’ tutto l’impianto dell’articolo di Reichlin che non regge. Forse la dialettica era tra partito degli iscritti e partito degli elettori, beh ma allora sarebbe da fare tutt’altro discorso.
A dimostrazione della sua tesi Reichlin porta la grande partecipazione ai congressi dei circoli: “un fatto enorme”. Come a dire: il fatto enorme, ovvero il fatto politico per definizione è già avvenuto il congresso per mozioni c’è già stato ora che facciamo? Che cosa è questa buffonata?
Questo porta a due considerazioni. La prima è sull’enormità del fatto congressuale. Quando alle elezioni politiche vota meno dell’80% degli aventi diritto lamentiamo tutti l’astensionismo e la disaffezione, quando a un congresso di partito va a votare poco più del 60% degli iscritti, lo riteniamo un fatto enorme. Forse c’è un po’ di strabismo. E poi, onestamente questa dicotomia tra il momento partecipativo rappresentato dai congressi nei circoli e quello plebiscitario rappresentato dalle primarie non regge. Lo dicono i numeri. Alle primarie per Veltroni, Toscana ed Emilia Romagna portarono a votare tanti elettori quanti Piemonte, Veneto e Lombardia messi insieme. Alla faccia del voto di opinione! Alla fine tra Primarie e Congresso tutta questa differenza non c’è contano sempre i capobastone. Qualcosa di estemporaneo e imprevedibile il voto di opinione lo può sempre creare ma di che parliamo? E in quindici giorni poi? Obama per battere e di misura la Clinton c’ha messo un anno. E qui di Obama non se ne vedono, neppure all’orizzonte.
E qui veniamo al cuore del problema. Il Congresso è terminato, la domanda allora è: le primarie del 25 ottobre si stanno caratterizzando come fatto politico culturale o restano un fatto meramente organizzativo, burocratico, dove conta la pura capacità di mobilitazione? Il dato che Reichlin omette di registrare è che tutto il dibattito congressuale fino a domenica stava assumendo i connotati di una laboriosa e noiosa procedura di certificazione burocratica, alla quale l’abilità e la sfacciataggine di Franceschini hanno dato però un minimo di sapore e di interesse. Ha ragione Rondolino, Franceschini vuole fare del 25 ottobre un referendum su D’Alema. Bersani avrebbe potuto fare la stessa cosa su Veltroni. Perché è restato fermo? Pensa di avere la vittoria in tasca? Per quanto il tutto sia stato voluto e pensato come puro fatto burocratico e razionale l’imprevisto e l’imprevedibile è sempre possibile. Del resto le cronache dai circoli raccontano che gli applausi più convinti i sostenitori di Bersani li ottengono quando schiacciano la candidatura di Franceschini su Veltroni e sul veltronismo. Perché Bersani non fa lo stesso? Di che ha paura?

Reichlin lamenta l’assenza di un’identità al PD che in realtà è un’assenza di struttura, di organizzazione, di “scheletro”. Non si può essere una opposizione credibile senza scheletro. Si può anche convenire. Ma chi ci garantisce dal non essere un’opposizione scheletrica? Striminzita, esigua scarsamente ambiziosa? Lo scheletro potrà anche essere condizione necessaria ma non è tuttavia sufficiente e un congresso dovrebbe essere fatto per arrivare o almeno puntare alla sufficienza, invece la sensazione è che ci si accontenti dello “scheletro”. Sembra un po’ come quando a sette e mezzo ti arriva il 4, la barella, e bluffi dicendo che stai bene. Ma puoi solo confidare che il banco sballi. E la sensazione è che allo stato il banco sia solidissimo nonostante le ripetute scosse. Oggettivamente una posizione debole, troppo debole per un soggetto che si definisce forza. Ora, direbbe il Monsignore intepretato da Corrado Guzzanti: guardamose nelle palle dell’occhi. Reichlin fa bene a porre il tema del “ruolo storico di un partito di sinistra”, ma prima osservazione la definizione di “partito di sinistra” non è un po’ riduttiva per il PD? O quantomeno di non così evidente interpretazione.

Secondo punto ben più fondante e fondamentale. La deriva populista può e deve essere evitata ma non dando vita allo scheletro, che altrimenti avremmo un partito zombi, può essere evitata da una classe dirigente che abbia un vero e proprio progetto per il paese e che non sia il solo e semplice terminale delle giunture dello scheletro. Insomma, il populismo, ovvero l’antipolitica, si combatte con la politica non con l’iperpolitica per usare una parola di Ilvo Diamanti. Con un progetto non con un’organizzazione. L’organizzazione può essere uno strumento ma non può essere il fine. Ora è proprio il progetto che sembra il grande assente di questo fiacco dibattito congressuale. E un gramsciano come Reichlin sa bene che il progetto non possono essere le alleanze. Perché per un gramsciano come Reichlin il partito è chiamato comunque ad essere un partito nazionale, un moderno principe che come tale può anche stipulare delle alleanze ma da principe appunto, non da vassallo. Ora, in tutta franchezza, il moderno principe non ha nulla a che vedere con il partito dello scheletro evocato da Reichlin. Definire la propria identità in ragione delle alleanze che si vogliono stipulare non è un esercizio di egemonia ma di subalternità. La sfida non può essere mantenere il controllo sui propri mondi, sindacato cooperative, Emilia. Questo non è un progetto nazionale ma un progetto feudale: ad ognuno il suo pezzo di società ma avendo rinunciato alla possibilità che quel pezzo di società, per esempio la classe operaia di Gramsci, diventi classe dirigente nazionale. Ecco è nella cifra della rinuncia l’abiura di Gramsci da parte dei suoi eredi formali. C’è ancora la possibilità di costruire un partito nazionale in termini di quantità e qualità che non sia la stanca riproposizione di modelli antichi? Questa è la domanda del congresso, che aspetta ancora di avere una risposta credibile, convincente, vincente.

 




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20 settembre 2009

Il 20 settembre di Paolo VI

 

LETTERA DEL SANTO PADRE PAOLO VI
A SUA ECCELLENZA GIUSEPPE SARAGAT,
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

 

A Sua Eccellenza Giuseppe Saragat
Presidente della Repubblica Italiana

Signor Presidente!

La ricorrenza centenaria che l’Italia si appresta a celebrare, non ci trova, com’è ovvio pensare, né immemori, né indifferenti, ma essa riempie il Nostro animo di ricordi, di esperienze e di presagi. La eccezionale importanza di quell’avvenimento non può certo sfuggire alla Nostra riflessione specialmente per i suoi due aspetti storici principali: la fine del potere temporale dei Papi su gli «Stati Pontifici», e l’annessione di Roma all’Italia, che consolida in essa la sua unità e vi fissa la sua Capitale.
Ci consenta, Signor Presidente, di aprirle il Nostro cuore con sincera semplicità. Il triste dissidio fra Chiesa e Stato, prodottosi allora per quell’avvenimento, la famosa «questione romana» cioè, che tenne divisi tanto aspramente e lungamente gli animi degli Italiani, è stato con libero e mutuo accordo concluso.
Ci asteniamo perciò di proposito da ogni retrospettiva valutazione storica, giuridica, politica e sentimentale, Fermiamo al presente la Nostra attenzione, e consideriamo con limpida e pastorale benevolenza il secondo aspetto di quello stesso avvenimento nelle sue felici risultanze per l’Italia, per questo Paese, che non possiamo non amare con particolare ed intensa dilezione.
Noi vogliamo pertanto esprimere a Lei, Signor Presidente, e a tutto il Popolo Italiano, i Nostri voti migliori per le sue presenti e future civili fortune. Quali mai voti può avere il Papa per una Nazione, che commemora il fatto culminante del suo risorgimento? I Nostri voti sono di stabilità, di concordia, di prosperità, di progresso sociale e morale, di pace per tutto il Popolo Italiano. I Nostri voti sono tanto più vivi quanto più complesse e più gravi furono le vicende del primo secolo di codesta unificata vita nazionale, e quanto pari all’onore è l’impegno dell’Italia d’aver fatto proprio il nome augusto di Roma: onore grande, impegno grande.

Molti e diversi giudizi potranno essere fatti sul Papato nei riguardi di questa singolare e secolare Città; ma nessuno, Noi pensiamo, vorrà disconoscere la stima e l’amore che i Papi portarono all’Urbe e al suo retaggio culturale. Noi siamo sicuri che l’Italia, sovrana a Roma ed erede del suo incomparabile patrimonio di civiltà umana e cristiana, documentato, ad esempio, nei monumenti, nella lingua latina, nel Diritto Romano, ne sarà sempre premurosa e geniale custode, non solo nella conservazione dei suoi altissimi valori, ma nella sua propria capacità di trarne per se stessa e per il mondo l’inesauribile fecondità. La passione stessa, con la quale l’Italia subentrava alla gestione pontificia nel possesso di Roma e dei suoi territori, fa garanzia a tale riguardo d’una nobile, insonne ed operosa coscienza. Di ciò Noi siamo sinceramente lieti, e formiamo per ciò auspici felicissimi e cordialissimi, quali Noi, osiamo dire, non meno d’alcun altro possiamo esprimere.
Perché, Signor Presidente, Noi ancora siamo Romani, e tali restiamo per inestinguibile titolo, quello a Noi proprio di Vescovo di questa dilettissima Urbe, e per ciò stesso Capo della Chiesa cattolica. Siamo dunque tuttora profondamente legati a questa eterna Città e, per quanto ci riguarda, solo solleciti di quella libertà e di quella indipendenza, che consentano alle Nostre spirituali funzioni, nell’Urbe e nel mondo, il loro normale esercizio, sempre convinti, anzi curanti, che questa Nostra dimora romana per nulla contrasti alla sovranità e alla libera espansione della vita civile italiana; Noi vogliamo anzi credere che la Nostra presenza sulla sponda del Tevere non poco conferisca all’amore e all’onore del nome di Roma in tutta la terra.

Esiste oggi una onorata e pacifica condizione di rapporti fra l’Italia e la Sede Apostolica; un delicato e prezioso equilibrio fra Stato e Chiesa è stato raggiunto, com’è ben noto, mediante quei Patti Lateranensi, dei quali la Costituzione Italiana, con sagace e lungimirante visione, ha voluto, mediante particolare, solenne garanzia, assicurare la validità. A Noi pare che questi Patti, il Trattato, cioè, così come il Concordato - del quale ultimo la Santa Sede si è dichiarata pronta a riconsiderare di comune intesa quelle clausole che richiedessero eventuale revisione -, possano essere ricordati con gratitudine a Dio e ad onore del Popolo Italiano nella menzionata ricorrenza centenaria di quel contrastato avvenimento come suo provvido coronamento giuridico e come suo felice epilogo morale e spirituale, non solo locale e temporaneo, ma generale e perpetuo. Ed è con questa congiunta rievocazione, Signor Presidente della Repubblica Italiana, che Noi la preghiamo di gradire il Nostro deferente omaggio, il Nostro augurale saluto, la Nostra Apostolica Benedizione.

Dal Vaticano, 18 Settembre 1970.

PAULUS PP. VI




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19 settembre 2009

Trentenni protagonisti

 Fabrizio Corona è nato ad aprile del 1974. Ha la mia età. Giampaolo Tarantini un anno dopo. Non vi è alcun dubbio che siano i trentenni più famosi del nostro paese.
Nessuno finora è riuscito a conquistarsi titoli simili sui giornali e sui siti internet d'informazione. Nessuno. Nessuno può dire di avere inciso nel costume, nella società, nell'immaginario tanto quanto loro. Che poi abbiano a che fare entrambi con la giustizia è una questione diversa. Qui non si deve fare facile maralismo, o meglio,è una questione che potrebbe essere interpretata come conflitto generazionale. La magistratura infatti può ben interpretare con le sue vecchie toghe e i suoi vecchi valori, l'ancien regime che incarcera due spiriti liberi e ribelli in nome del pregiudizio e del perbenismo piccolo borghese. E' inverosimile? Perché? Ma c'è un terzo trentacinquenne che proprio questa settimana si è conquistato per tutto un giorno il primo titolo sui siti: è Gabriel Garko, dicembre 1974, il sex symbol della fiction Mediaset che proprio perché tale ha fatto un bel dispetto al suo dante causa. Ma torniamo a Tarantini e Corona. Possono rappresentare l'autobiografia di una generazione? Già sento il coro di coetanei sottrarsi a questo scandaloso parallelismo. Eppure dovrebbe far pensare se e in America i trentacinquenni più famosi del paese sono Serghiey Brin e Larry Page, i fondatori di Google,mentre in Italia sono Corona e Tarantini. Ogni paese ha quello che si merita.
Ma qui non si giudica nessuno. Non si danno giudizi di valore. Qui non si dice: Corona e Tarantini non hanno valori. Qui si dice che Corona e Tarantini rappresentano la mutazione antropologica avvenuta nel nostro Paese negli ultimi 30-35 anni, appunto. di qui la centralità dell'età.
L'anno chiave è il 1978. l'anno di Papa Woijtyla e della nascita di Telemilano, che poi diventerà Canale 5 ecc ecc. Chi tra i due avrà segnato di più la società il costume gli stili di vita degli anni a seguire. Chi avrà informato di sé lo spirito del tempo? Chi avrà esercitato un'egemonia e inciso nel senso comune? Pensiamo a Papa Wojytila, alle GMG, alla grande attenzioni ai giovani. Quando morì il Papa polacco si parlò di Generazione Wojytila. Ma dove sono ora i papa Boys nel dibattito e nella ribalta pubblica di questo paese? Per i giovani degli anni '80 e '90 e quindi per i trentenni di oggi sembra essere stato più istruttivo e formativo il Drive In di canale 5 che le GMG di papa Woiytila. E' un dato che non deve scandalizzare, deve semplicemente far riflettere. Forse ci si accorgerebbe che una "questione antropologica" esiste ma non ha nulla a che vedere con fecondazione assistita o eutanasia.




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16 settembre 2009

Avvenire bastonato

Non c’è niente da fare la violenza anche quella verbale paga. Prendete per esempio questa prima pagina di Avvenire di ieri. Il primo titolo è sulla presenza del Cardinal Bagnasco a L’Aquila tra i terremotati. Un giorno prima del Cavaliere dunque. Segno evidente di quanto culturalmente il modello Berlusconi abbia fatto breccia anche nella chiesa. Immediatamente sotto il titolo, una foto di Obama e, ancora più sotto, il richiamo dell’ONU sui respingimenti. In un boxino confuso il “Caso Giornale” Feltri «avverte» Fini e nel PDL stavolta è caos”. Ma come Feltri «avverte» Fini? c’è un attacco intimidatorio di stampo pidduistico alla terza carica dello Stato e invece di scrivere “Feltri minaccia Fini scrive avverte Fini? Feltri, il direttore che tre settimane prima ha silurato in modo fascista il suo direttore? Beh! non ci siamo! così docili verso il proprio carnefice? Questo non è un quotidiano libero, questo è un quotidiano normalizzato. Le manganellate verbali sono servite dunque. L’Avvenire è finalmente tornato un giornale docile e obbediente al potere politico. A noi!




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8 settembre 2009

Pasolini e Mike Bongiorno

Su Wikiquote ho trovato questa citazione di Pasolini che mi sembra una buona commemorazione della dipartita del "grande intrattenitore"

La tv: qui la donna è considerata a tutti gli effetti un essere inferiore: viene delegata a incarichi d'importanza minima, come per esempio informare dei programmi della giornata; ed è costretta a farlo in modo mostruoso, cioè con femminilità. Ne risulta una specie di puttana che lancia al pubblico sorrisi di imbarazzante complicità e fa laidi occhietti. Oppure viene adoperata ancillarmente come "valletta" (al "maschio" Mike Bongiorno e affini). (dall'intervista di Dacia Maraini, «Ma la donna non è una "slot machine"») 

Rari decessi mi lasciano così indifferente come quello di Mike Bongiorno. Ho smesso di seguirlo quando sono passato dalle elementari alle medie.




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4 settembre 2009

Profezie pasoliniane

 "Se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo. In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all'opposizione." PPP settembre 1974




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3 settembre 2009

paraBoffo italiano

Con il passare dei giorni il caso Boffo-Feltri assume contorni più chiari seppure nel complesso la vicenda si inscriva nella categoria del paradosso. Non si tratta di uno scoop ma di una esecuzione su mandato. Non si tratta di un incidente nella tutela della privacy ma di un’azione all’interno di un disegno più organico. Della tutela della privacy di Boffo a Berlusconi non gliene frega una mazza. E’ lui il primo ad ostentare e spettacolarizzare la sua privacy. La solidarietà e la dissociazione inizialmente espresse nei confronti della querelle Avvenire-Giornale risultano dunque viepiù ridicole e mendaci. Berlusconi e il suo Giornale vogliono far capire alla Chiesa italiana e al Vaticano chi è che comanda, chi dà le carte, chi ha il potere temporale e insieme il potere spirituale in Italia oggi. E’ da considerare che il potere spirituale non è più quello di una volta ma è il potere sull’immaginario, un potere che il Presidente del Consiglio conosce bene e domina come nessun altro. Ebbene, la massima autorità in termini di politica e di cultura, ovvero in termini di struttura e di sovrastruttura avrebbe detto un vecchio marxista è una e una sola, guai a chi la contraddice. Un autorità che non riceve investiture da parte dei vescovi anzi, è un’autorità che con il suo House Organ, comincia seriamente a dare scomuniche. La campagna del Giornale si inscrive in questo schema: è una campagna di normalizzazione, di riduzione all’obbedienza della Chiesa italiana. Per questo e solo per questo il direttore dell’Avvenire Dino Boffo a parere di chi scrive, non si deve dimettere. Almeno non ora, sotto la pressione di Vittorio Feltri, sarebbe la certificazione di uno stato di minorità, di una subalternità della Chiesa italiana nei confronti del potere politico con davvero pochi e non commendevoli precedenti nella storia.
Detto questo, la querelle ha davvero qualcosa di paradossale.
Dino Boffo ha assunto la direzione dell’Avvenire con un preciso mandato politico: distruggere la sinistra, smantellare il cattolicesimo democratico, affondare l’Ulivo. Un compito che ha seguito con diligenza ed entusiasmo. Indimenticabile la sua prima pagina all’indomani del fallimento del referendum sulla fecondazione assistita: “un’Italia adulta”. Evidente allusione a chi nei rapporti con la gerarchia si era definito "cattolico adulto" e quindi determinato a disobbedire all’invito all’astensione promosso dai vescovi. Quel numero di Avvenire suonava come un avvertimento, se non mafioso particolarmente strafottente, al grande nemico di Avvenire e del Cardinal Ruini negli ultimi 15 anni: Romano Prodi, il candidato in pectore dell’Unione per le elezioni politiche dell’anno successivo. Siamo al giugno del 2005.
Ecco, proprio questo è l’eclatante paradosso della situazione attuale: chi si è maggiormente prodigato nella delegittimazione politica e umana di Romano Prodi togliendogli certosinamente pezzo dopo pezzo frange rilevanti di consenso cattolico oggi riceve il benservito da chi da questa delegittimazione ha maggiormente beneficiato, vale a dire Silvio Belrusconi. Insomma in parole povere questa storia dimostra che negli ultimi 15 anni Dino Boffo e il suo editore di riferimento il Cardinale Camillo Ruini hanno fatto sostanzialmente gli utili idioti di Silvio Berlusconi. Ora che Romano Prodi è fuori dai giochi, che l’Ulivo è finito, e che il PD non rappresenta politicamente una vera minaccia ecco, ora che hanno assolto alla loro funzione possono solo tacere, se si permettono di sollevare eccezioni possono anche accomodarsi alla porta. E così chi ha sparato più volte a pallettoni sulla sinistra viene fatto cadere a sinistra da un gioco cinico e lucido davvero geniale. Una lezione di politica come ce ne sono poche. Questa volta i preti hanno trovato uno più “golpe e lione” di loro. E c’è da augurarsi che almeno la parola “golpe” resti al senso che gli diede Machiavelli.




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11 giugno 2009

D'Alema e Totti

 

Se penso a D'Alema e penso a quale giocatore di calcio gli assomigli, mi viene in mente Totti. Totti è leader assoluto, il capitano della Roma e dei romanisti. Totti è intelligente, brillante,completo, ha il lancio, la verticalizzazione, la visione di gioco, la fantasia, il dribbling, il destro e anche il sinistro. Insomma quando gioca incanta,un vero fuoriclasse. Se ti piace il calcio non ti può non piacere Totti.
Totti è romano ed è cresciuto nel vivaio della Roma, con la Roma ha vinto uno scudetto a 25 anni, quando ancora aveva mezza carriera davanti a sè. Poteva intraprendere altre strade, tentare altri e più prestigiosi club ma è rimasto a Roma, fedele alle origini, fedele alle proprie radici. Amato come nessuno mai prima di lui. E' rimasto a Roma ma non ha vinto più niente. A 30 anni gli è capitata la coppa del mondo ma quel mondiale non l'ha vissuto da protagonista. La sua vera nazionale era quella degli Europei del 2000 persi agli ultimi secondi con la Francia, per colpa di Del Piero, il suo gemello diverso che complice Zoff, non era riuscito a tenere fuori dal campo, e quella dei mondiali di Corea del 2002 in cui si fece espellere nella decisiva partita dell'eliminazione. La grandezza e il limite di Totti è che è rimasto sempre fedele alla Roma e ai romanisti. Non è mai stato un capitano della Nazionale e non ha mai vinto il pallone d'oro.
Anche D'Alema è il leader assoluto dei suoi. E' intelligente, brillante, completo e quando parla incanta. Se ti piace la politica non ti può non piacere D'Alema. D'Alema è il primo ed unico post comunista che sia diventato Presidente del Consiglio e in età relativamente giovane. Con gran parte della vita professionale davanti a sé. Avrebbe potuto annullare il suo gemello diverso Veltroni ma gli consegnò il partito, avrebbe potuto infliggere il colpo mortale a Berlusconi ma non fece la legge sul conflitto d'interessi. Quando è tornato al governo, nel 2006, era ormai troppo tardi. Aveva perso la sua imprescindibile centralità, nella squadra di Governo c'era ma non ne era più il capitano. Dal PDS ai DS ora al PD avvengono fusioni e rimescolamenti, amalgami più o meno riusciti, fioccano occasioni e opportunità che non si colgono ma la fedeltà e la mission di D'Alema resta sempre verso i suoi: i suoi 3-4 milioni di italiani che lo riconoscono come leader Massimo e incontrastato. E' la sua forza, la sua grandezza, ma anche il suoi limite. L'affetto e il calore dei tuoi tifosi è una bella risorsa, ma non basta, non ti porta a fare il capitano della Nazionale e neppure a vincere il Pallone d'oro.




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